maggio 25, 2009

2 giugno 2002

La Roma di Afro e Mirko

dal Messaggero Veneto del 02/06/02

Arte, cultura, cinema, costume e cronaca: una mostra e un bel volume Skira
La Roma di Afro e Mirko
Tra neorealismo e dolce vita: anche i Basaldella alla ribalta della capitale

di LICIO DAMIANI
Afro e Mirko Basaldella spiccano fra i maggiori protagonisti della vita culturale, straordinaria di fermenti, nella Roma del secondo dopoguerra, come emerge dal volume edito da Skira che ha accompagnato la mostra al Palazzo delle Esposizioni Roma 1948-1959 – Arte, cronaca e cultura dal neorealismo alla dolce vita. Il libro, così come la rassegna, hanno costituito l’ultimo impegno scientifico e organizzativo di Maurizio Fagiolo dell’Arco, scomparso recentemente, specialista di arte barocca e studioso dei movimenti che attraversarono il Novecento italiano.
Numerose le riproduzioni dei dipinti con cui Afro contribuì a dare immagine all’astrattismo, innestando sugli echi della cultura friulana e veneta le più avanzate esperienze internazionali.

Una delle tele di maggiore impatto è Ricordo d’infanzia del 1953, conservata all’Università di Trieste, poetica evocazione di forme vaghe, come un recupero degli anni della fanciullezza immersi in un’atmosfera irreale di favola riscritta secondo la sintassi dell’armeno-americano Arshile Gorky; e poi quadri orchestrati con libertà polifonica; esplosioni rosso-fuoco accoppiate a felici sottigliezze di grigi e di azzurri quasi di trasparenze marine, a neri-catrame, a ocra, a verdi-prato, a bianchi abbacinanti, a terre d’ombra; palpitanti mobilità d’acquario e parafrasi di scritture ideogrammatiche, sdipanarsi di ardenti grafie cromatiche d’una stagione della memoria.

Il raffinato arazzo che intreccia sul fondo chiaro segni allusivi a calligrafie orientali figura nella sezione delle arti decorative, assieme a opere di altri maestri che proseguivano nel decennio della ricostruzione il dialogo fra architettura e arti visive sviluppato negli anni Trenta: i cartoni compositi di Gino Severini e i pannelli di Cagli per le mostre dell’agricoltura, le ceramiche di Pietro e Andrea Cascella e le sculture di Franchina che arredavano agenzie, uffici commerciali e palazzine dell’Ina Casa, le ceramiche create da Dorazio per balaustre di villini altoborghesi, la carnale Natività di Saetti per il Pontificio Collegio Americano, il fregio di lontana ascendenza futurista sulla pensilina della Stazione Termini, di Amerigo Tot.
Nella stessa sezione dominano studi e bozzetti di Mirko per i Cancelli delle Fosse Ardeatine e per il palazzo romano della Fao.

I primi tracciano il percorso creativo che fece progressivamente emergere, da iniziali spunti ancora figurali, l’epico intreccio di tesi ritmi organici, la concitazione espressionistica, i grovigli emotivi, la mischia mineralizzata di forme afferranti nella loro esasperata drammaticità, fino al risultato ultimo che fa dei Cancelli uno dei raggiungimenti più alti, anche sotto il profilo morale, della scultura italiana della seconda metà del XX secolo. I secondi delineano i motivi articolati nel Salone dell’organizzazione agricola internazionale: le fantasiose cosmologie in stucco del soffitto, le vetrate policrome, la balaustra in mosaico.

Mirko è ricordato inoltre con dipinti e bronzei totem lussureggianti di simbologie arcaiche. Interessanti le analogie fra le sue sculture esoteriche e i suoi quadri colmi di suggestioni africane e precolombiane con le scritture geroglifiche che istoriano i Motivi matriarcali del cognato Cagli. I due Basaldella primeggiano anche nei gioielli. In collane, spille, bracciali, collane, placchette, i fluidi ritmi di Afro si svolgono pittoricamente intarsiati di astratte scintille gemmate. Le creazioni di Mirko riprendono, sugli arcaici fascioni in oro, le figurazioni mitologiche dei bronzetti allusive a un fantastico mondo archeologico riaffiorato per una sorta di incantamento.
Nutrita la raccolta di fotografie di cronaca. Riemergono politici, papi, scrittori, personaggi dell’aristocrazia e del bel mondo, celebri cantanti e attori americani che cominciavano ad affollare la Holliwood sul Tevere, baraccopoli, processioni dell’Anno Santo, lo spogliarello che fece scandalo al Rugantino, lavori per le Olimpiadi, manifestazioni sportive, sfilate di moda, incontri letterari, spettacoli di prosa, lirica, rivista archiviati nella leggenda.

E accanto a Maria Bellonci bellissima ed elegante vestale del premio Strega, all’incantevole Elsa Morante con Moravia, a Jean Cocteau a passeggio per via Veneto con Coco Chanel, a Thomas Mann ospite del premio Strega, alla Callas nella Norma, a Louis Armstrong nell’aeroporto di Campino, a Salvador Dalí apparso dal cubo incasellato d’iscrizioni misteriche, a un giovane Pasolini, riappaiono i Basaldella. Afro, insieme a Burri, Toti Scialoja e allo scultore americano Calder inscena a Perugia un’allegra piazzata e a un tavolino del Caffè Rosati si intrattiene con Mafai e Corpora; lui e Mirko posano al Caffè Greco in un gruppo comprendente Palazzeschi, Goffredo Petrassi, Carlo Levi, Fazzini, Vespignani, Libero De Libero, Lea Padovani, Mafai, Flaiano, Brancati, Tamburi e Orson Welles.
Il libro – arricchito da saggi che uniscono all’analisi storica, artistica e sociologica uno stimolante estro divulgativo – è tutto un invito ad abbandonarsi alla malia dei ricordi; è come ritrovare qualcosa di noi che si era perduto nel tempo.

Sfogliandone le quasi cinquecento pagine, par di risentire le musiche di Nino Rota, le canzoni di Modugno e di Fred Buscaglione, le sigle sonore delle Settimane Incom, che nell’esposizione accompagnavano il sovrapporsi di sequenze di film peplum e del neorealismo. Tante le immagini di culto. Audrey Hepburn, principessa sbarazzina delle fiabe aggrappata al giornalista Gregory Peck nella mitica Vespa per le strade di una Roma solare senza traffico, si dissolve sul bikini di Marisa Allasio e sul musetto sbigottito della Masina-Gelsomina.

De Sica dirige il malinconico pensionato Carlo Battisti in Umberto D., Ingrid Bergman domina con Rossellini sul set di Stromboli e Anna Magnani su quello di Vulcano. Lucia Bosé e Massimo Girotti interpretano Cronaca di un amore, Gabriele Ferzetti, Monica Vitti, Lea Massari L’avventura, i due capolavori di Antonioni. Fellini rilascia una lunga intervista a Lello Bersani. Impazzano la bersagliera Lollobrigida, la Loren pizzaiola, Sordi comicamente gigione. Il breve incontro di Montgomery Clift e Jennifer Jones in Stazione Termini di De Sica conclude la rapsodia del neorealismo e l’icona Anita Erkberg nella fontana di Trevi apre alle bizzarrie del miracolo economico. Quasi a commento di anni vissuti come una festa mobile, la favolosa Cisitalia spyder, la domestica Giardinetta, la gloriosa Seicento, i prototipi di Vespa e Lambretta. Più oltre i modelli fastosi creati da Dalí per Paolo Stoppa e Rina Morelli nello shakespeariano

Come vi piace di Visconti, l’abito bianco stile Impero indossato da Audrey Hepburn in Guerra e pace, il costume cinquecentesco di Tyrone Power per il Principe delle volpi, primo film girato dagli americani nell’Italia dei castelli medioevali e delle città turrite, che fece scoccare la scintilla fra l’attore e Linda Christian; dall’incontro scaturì il matrimonio di fiaba nella chiesa di Santa Francesca Romana divulgato dai rotocalchi.

E poi gli squarci sull’architettura, la radio, la televisione. Ma sono le arti visive il pezzo forte. Gli Autoritratti di de Chirico in costumi seicenteschi, gli Autoritratti di Balla, Guttuso, Fausto Pirandello, il modiglianesco Ritratto di Palma Bucarelli affascinante e tirannica direttrice della Galleria d’arte moderna, di Turcato. E, ancòra, gli Zolfatari e le urlanti Donne dei minatori di Guttuso, l’apoteosi goyesca dei Contadini rivoluzionari di Levi, i surreali casoni squadrati con la cupola di San Pietro nel Corridoio dei papi di Francesco Trombadori, la lineare stesura a china del Nudo di donna di Renzo Vespignani, l’ironico turbine gessoso dell’Orfeo vedovo di Savinio, sculture di Emilio Greco, Fazzini, Manzù, Consagra, Colla, composizioni del grande sperimentatore Prampolini, i primi manifesti strappati di Mimmo Rotella.

L’ossessionante Scuderia di Fabrizio Clerici assembla calchi di teste equine. Una posizione di rilievo assumono le opere della Scuola Romana, in cui una parte della critica fece rientrare anche Afro e Mirko: gli espressionistici Nudi di Pirandello, le arcaiche figure orientali in pittura e la giovanissima Danzatrice in gesso di Antonietta Raphael; la conversione astratta di Mafai nelle tele brulicanti di colori, i Tagli neri di grès sbrecciato e scavato di Leoncillo, le notissime scritture a pettine di Capogrossi. Completano il volume riproduzioni di riviste, dépliants di mostre, cataloghi della Quadriennale.

E un capitolo ricostruisce l’elenco completo delle gallerie che fecero tendenza: dalla mitica La Nuova Pesa all’Obelisco con i Basaldella, dalla Rome-New York Foundation, dove esponevano gli espressionisti astratti americani, alla galleria del celebre caricaturista, friulano d’adozione, Giuseppe Zanini. Negli stessi anni una seconda galleria aperta da Zanini a Udine, in via Mercatovecchio, faceva conoscere i maestri del Novecento.

maggio 5, 2009

maggio 1, 2009

la più grande opera d’arte?

il corpo.

maggio 1, 2009

maggio 1, 2009

“scrivere è un po’ come amare. ognuno ci mette quello che ha, ed è necessario.  e perchè davvero vorresti che non finisse mai. vorresti poterti svegliare un giorno dopo l’altro senza mai sentirti sbagliata. o con il coraggio di ammetterlo. vorresti davvero che il mondo assomigliasse ai sogni. il resto è tecnica. ma quella s’impara. vivendo.”